Liberi_di_Scrivere

agosto 16, 2006

La Sindrome di Genghis Khan

Filed under: Italia_Club — italiaclub @ 10:19 am

Dei molti saggi che da un’esperienza quale quella di una lunga permanenza su una chat si può raccontare, un capitolo importante è dato dall’analisi dei sintomi tipici di una forma di mania riscontrabile anche in tale ambito.

Tale comportamento paranoico può definirsi come “Sindrome da Genghis Khan”.

I sintomi di questa schizofrenia sono chiari a chi ne conosca i casi anche se nella maggior parte la prima fase del comportamento è del tutto assente tale paranoico comportamento.

bloody_m.jpgLa simpatia, prima di tutto, si pone come elemento di spicco di tale personalità disturbata.

La simpatia ed il comportamento comunque “amichevole” sono creati ad hoc per tessere una rete di complicità con i diversi soggetti. Il frequente contatto, la ricerca spasmodica di intimità e il (finto) scambio di informazioni ritenute “personali”, servono a creare una tensione di intimità e scambio ad un livello verso le più alte vette dell’emotività.

Ma questo contatto costante ha come scopo la ricerca, spesso neanche tanto velata ma evidente, di continue informazioni sull’altra persona al fine di dotarsi di un certo archivio di dati e notizie in senso lato che tendono a dare sicurezza a questo soggetto “pazzo in nuce”. Il poter dire “io so” è l’unico elemento di valore che, dal soggetto psicotico, è apprezzato nello scambio.

Spesso quest’attività di “intelligence” è fatta ovviamente nascondendo la richiesta di informazioni sotto il blandire continuo: è una tipica forma e formula atta ad abbattere le difese naturali dei soggetti più forti e che si confrontano con questo soggetto schizoideo.

krakkar.jpgCome un ragno che tesse la propria tela, il soggetto psichiatrico di cui parliamo, soffre di forti scompensi della personalità spesso legati a situazioni soggettive di tipo personale e/o familiare che ne hanno minato l’equilibrio.

In tale situazione, uno dei modi per ritrovare questo equilibrio è di porsi alla testa di una massa (sia questo un gruppo politico, un gruppo di amici, una setta religiosa, ecc.ecc) entro la quale ricreare questa atmosfera riequilibratrice.

Ma, avendo subito ed essendo psicologicamente cosciente della malattia, lo scopo non è quello realmente di avere un gruppo solidale ed “amichevole” di sostegno, quanto piuttosto avere una rete che sostenga la flebile personalità del soggetto. In questo gruppo il soggetto psicopatico proietta la propria aura e la propria realtà ritenendolo, quindi, questo stesso realtà.

Il soggetto psichiatrico ha però chiara un elemento di quanto successo nella sua esperienza: si è già trovato in situazioni di macchinoso ed inesorabile percorso che lo ha reso nudo davanti alle proprie contraddizioni ed ha reso chiaro a lui, ed agli altri, la propria fragilità e pazzia.

Al fine di, quindi, preservare il proprio “ego” residuo, deve per forza controllare in qualche modo il gruppo in cui si inserisce.

L’unico modo di fare è trovare da un lato persone deboli con cui far finta di collaborare; dall’altro trovare invece persone forti che diano lustro al gruppo ed a se stesso.

Il problema clinicamente più grosso riscontrato in tali soggetti malati è che, nel secondo caso e cioè di “alleanza strategica” con un soggetto con forte personalità, il rischio è di alti conflitti dati dall’incontro di una personalità schizofrenica del soggetto malato con quella meno conflittuale del partener/socio-a/amico-a. Tale scontro tettonico non può che portare a rotture più o meno traumatiche. Ecco perchè in lettatura psichiattrica tale comportamento è definito di Genghis Khan: perchè l’equilibrio per il soggetto malato non può che venire dal distruggere ciò che ha intorno cercando nuovamente soggetti deboli su cui primeggiare per ricostituire il propro ego messo a dura prova dalla presenza di un altro soggetto più forte.

Tipico è il caso di un soggetto che cerca un partner (fisico) in una persona con una personalità più forte, più brillante, tendenzialmente un “leader”: quando le due “persone” superano le prime fasi di obnubilamento e passano ad una fase meno implicante dal punto di vista emotivo, si creano delle forti tensioni che portano alla rottura fatta, principalmente, dal soggetto schizofrenico che ha necessità di recintare nuovamente la propria mente malata al fine di ritrovare il proprio senso di vita.

La terapia in questo caso non è facile perchè il soggetto ha una forma di analisi mentale e psichiatrica ancora ovviamente presente per cui ha incapacità obiettiva di riconoscersi malato nel senso mentale.

La terapia, oltre a lunghi colloqui con esperti e psichiatri, può anche prevedere un intervento denominato “shot down” in cui il soggetto, messo evidentemente davanti alla sua mania di persecuzione, possa arrivare ad una presa di coscienza che ne indichi il percorso di riabilitazione._

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